Di Marco Pellegrini
Chiudo lo sportello della fida utilitaria, compagna di mille viaggi ed emozioni, stringendomi addosso il cappotto leggero, per far fronte alla brezza intensa che si alza di primo mattino per solleticare le chiome degli alberi e far provare qualche brivido sulla pelle delle sparute comparse che si avventurano nel mondo a quest’ora.
Sul viottolo sassoso, incastonato in mezzo a due file di tigli che scortano fino quasi all’arco che introduce in Piazza Santa Maria, gli unici passi a sgranocchiare i sassi come se fossero biscotti secchi, sono i miei.
Mentre cammino, penso a tante cose che si intrecciano per dar vita a un pensiero che dura il tempo di un respiro, tentando di mettere a fuoco la sagoma del campanile di San Frediano, sbucato dalla cortina vaporosa che inizia a raccogliersi alle propaggini delle mura, creando quello strano e suggestivo effetto che le fa sembrare sospese su di una nube di cotone soffice. Lucca è una delle città più affascinanti e belle d’Europa. E non sono certo io a dirlo dato che i numeri, le riviste prestigiose che la citano sempre più di frequente e gli indici di gradimento, parlano da soli. Anche senza prendere in considerazione alcun dato, ne sono ancora più convinto di quando, alcuni anni fa, l’ho lasciata per andare a vivere altrove, creando così le condizioni per poterla vedere con occhi diversi.
Prima non riuscivo a percepirla come adesso la bellezza che permea la città in cui sono nato e cresciuto. Gli occhi nuovi che la vita ha saputo donarmi, mi hanno permesso lasciare andare emozioni, pensieri e colori che credevo di conoscere, per restituirmeli in tutta la loro mutevole e imprendibile bellezza>La prima tappa di questo viaggio nuovo e vecchio allo stesso tempo, me la suggeriscono i miei passi, scortandomi verso la salita che permette l’accesso alle mura uno dei luoghi che mi sono più cari al mondo e il simbolo stesso della città.
Lucca è infatti una delle poche città al mondo a preservare intatto l’anello murario rinascimentale e l’unica a possedere una passeggiata straordinaria, larga più di dieci metri, che può essere percorsa a piedi o in bicicletta nella sua interezza. È uno spettacolo a cui non ci si abitua mai del tutto e, per me, continua ad essere il più bello del di tutti. Camminare in mezzo a due file di alberi che seguono la strada per quasi tutto il perimetro, ti permette di accedere a una dimensione diversa che si pone a metà strada tra l’interiorità e l’esteriorità. Un luogo magico da sperimentare e vivere.Gli scorci cambiano ad ogni passo e porzioni diverse e affascinanti di città si svelano per mostrarmi che i paesaggi che mi entrano negli occhi, per quanto possano ad assomigliare a quelli che conservo nella memoria, vivono di una freschezza diversa che, caricandosi dell’antico, riesce a mostrare sfumature che non avevo mai colto. Un paesaggio non può mai essere lo stesso anche se ci posi gli occhi svariate volte al giorno per il semplice fatto che il punto di vista di chi li osserva cambia di continuo, assieme alle emozioni, alle luci, ai pensieri che attraversano la mente nel preciso istante in cui guardiamo. Per capire appieno la portata di un simile pensiero però, non basta elaborarlo. Alle volte la distanza e il distacco da un certo luogo emotivo e fisico, riescono a darci una prospettiva nuova da cui è possibile fare esperienza del mondo in maniera diversa. A trentacinque anni, non sono la stessa persona che uscita da lavoro, quasi ogni sera, si infilava le cuffie, perdendosi nei propri pensieri fino a che le gambe dopo due giri di mura( così noi lucchesi scandiamo il chilometraggio) iniziavano a indolenzirsi.
Anche volendo adesso, non sarebbe più possibile, perché vivo altrove. Devo ammettere che la bellezza di un rito tanto semplice, è una delle cose che mi mancano di più. Non sono nemmeno l’adolescente che veniva qui a correre o il bambino che sfrecciava sui pedali, fiero di riuscire a stare in equilibrio senza i rotini di scorta. La somma di tutte le esperienze vissute in questo luogo però, i colori, gli incontri, le emozioni e le persone che sono state, sono ancora dentro di me e fanno parte di ciò che sono.
Penso questo mentre, inseguendo una rondine danzare da un albero all’altro, imbocco una discesa che mi porta in città. Le persone aumentano via via che ci si avvicina al centro, anche se la frenesia da queste parti non è mai qualcosa di cui preoccuparsi troppo. Ha un ritmo tutto suo Lucca, che ti permette di avvicinarti alle cose importanti con la giusta calma.
Cammino fino a raggiungere Piazza San Michele e alzo gli occhi, riparandomi la fronte con una mano per evitare di essere abbagliato dal sole del primo mattino che sbuca ridente dai tetti rossi che si affacciano sulla Piazza dominata dalla chiesa.
Continuando a percorrere le labirintiche vie del centro, che si intrecciano, si assottigliano e allungano, simili a molle, prima di sbucare in uno spiazzo aperto e arioso, giungo in Piazza Napoleone che deve il suo nome al Palazzo che fu di Elisa Baciocchi, sorella di Napoleone, per l’appunto. Gli alberi seguono il perimetro della Piazza e io seguo loro, ritrovandomi di fronte al teatro del Giglio, oasi della cultura cittadina. Mentre passeggio i colori che si avvicendano nei miei occhi danno vita ad arcobaleni emozionali, capaci di creare tonalità mutevoli e sfuggenti che pare quasi di riuscire ad afferrare, ma è un’illusione come tante.
In anfiteatro mi fermo per un caffè, girando la testa a trecentosessanta gradi per cogliere la meraviglia con cui l’architetto Nottolini, ha saputo trasformare, senza mutarne l’essenza, l’antico Anfiteatro romano, in una delle piazze più belle d’Italia.
Le chiese si rincorrono, gareggiando tra loro in bellezza e dimensione, intervallandosi con torri medievali e palazzi eleganti di stampo medievale e rinascimentale che intessono con grazia la trama cittadina che non si spezza mai in alcun punto, contribuendo a rendere l’intera città, un gioiello di armonia e grazia. E Sono proprio queste due parole, armonia e grazia, a descrivere alla perfezione il modo con cui la mia città si fonde con la natura e il territorio bellissimo che la circonda.
Perché se Lucca col suo centro storico, i suoi palazzi, le sue torri, le sue chiese è un gioiello prezioso, altrettanto si può dire per il territorio circostante che prende il nome di Lucchesia. Un paradiso verdeggiante costellato da paesini, ville antiche, borghi, vigneti, ulivi che corrono a dismisura fino ad aggrapparsi alle propaggini delle protuberanze montuose che chiudono la città in una piana naturale. Da una parte le Pizzorne, un altopiano, alto circa mille metri chiudono la visuale a Nord e dall’altra il Monte Pisano citato anche da Dante nella celebre terzina, fa da schermo naturale tra due città che storicamente si sono molto odiate e adesso condividono uno dei lembi di terra più affascinanti e prosperi della Toscana.
“cacciando il lupo e lupicini al monte per che i Pisan veder Lucca non ponno”
Lucca è la magia di un’emozione intensa e fugace che ha lo strano potere di rimanerti addosso. Per quanto mi impegni a raccontarle certe emozioni, possono svelarsi solo vivendole per cui, amici miei, prima di salutarvi è un invito quello che vi porgo.
Vi invito a ricordarvi come ci si emoziona, come ci si meraviglia, come si vive l’essenza di un momento semplice e autentico che ha il potere di dar vita a un ricordo.
Vi invito insomma a scoprire Lucca, la mia città. In cambio, ne sono sicuro, come minimo, vi porterete a casa una bella emozione.
Foto: Max Lazzi







